Perché si dimentica ciò che si legge? La scienza della memoria

Perché si dimentica ciò che si legge? La scienza della memoria

Antonio D’Onofrio--5 min

Il punto di partenza è quello consueto per gli amanti della lettura, per i fruitori di Fabulè e più in generale per tutti quelli che leggono in modo discontinuo: leggiamo pagine di un romanzo per poi fare una pausa, magari di alcuni giorni. Quando ci accingiamo a riprendere in mano il volume, ci rendiamo conto di non ricordare più intere parti o dettagli della trama, una specifica sequenza di eventi, alcune relazioni tra personaggi, o anche un semplice nome. Questo può essere molto frustrante e spesso è causa di abbandono della lettura.

Ma perché succede? Chiariamo subito un punto. Non si tratta assolutamente di un problema del singolo lettore o della sua memoria, ma rientra nel normale funzionamento del cervello umano e dei processi cognitivi di base.

Libruccello Fabulè accanto a un approfondimento di lettura senza spoiler

Non un’unica causa, ma ben quattro!

Come funziona allora la nostra struttura cognitiva e perché il cervello dimentica? Il motivo va ricercato non in una sola causa, ma esistono quattro fenomeni distinti che interagiscono sui nostri processi mnemonici:

  1. La curva dell’oblio: questa teoria nacque nel 1885, dagli esperimenti dello psicologo tedesco Hermann Ebbinghaus, il quale memorizzò liste di sillabe senza alcun senso e misurò quante ne riusciva a ricordare a seconda dei diversi intervalli di tempo (minuti, ore, giorni). Il risultato degli esperimenti fa riflettere: secondo Ebbinghaus, il crollo della memoria avverrebbe subito ed in modo drastico nelle prime 24 ore, per poi rallentare progressivamente. Da questa osservazione emerge la riflessione che non è tanto importante quanto dimentichiamo, ma quando, il che ha senso non solo per liste di sillabe sconnesse, ma anche per testi di senso compiuto, come un romanzo, in quanto il crollo della memoria avveniva con le stesse modalità. La differenza è che un romanzo, a differenza delle sequenze di sillabe, ha un senso, una struttura, elementi di connessione emotiva, tutti motivi che favoriscono il riattivarsi della memoria;

  2. Il modo in cui un cervello ricorda: questo fenomeno, teorizzato dagli psicologi statunitensi Brainerd e Reyna e divulgato sotto il nome di fuzzy-trace theory, dimostra che la memoria non è funziona affatto come l’hard disk di un pc in cui si salvano interi file di informazioni, ma è al contrario più simile ad un sistema di compressione estremamente efficace ed ottimizzato. Secondo gli scienziati americani infatti, la teoria distingue due tipi di informazione acquisita dal cervello: quella nota come verbatim, che racchiude ad esempio i dettagli, le frasi precise, i singoli nomi per esteso, e quella definita gist, che individua il significato compresso, ossia il succo del discorso, del concetto, della narrazione. La verbatim tende a decadere rapidamente, mentre la gist resta più a lungo nella memoria e tende per questo ad influenzare il pensiero. La conseguenza pratica di questa teoria consiste nel fatto che, una volta appreso un contenuto, il cervello scarta tutti gli elementi superficiali e mantiene il significato profondo. Questo è il motivo per cui, per esempio, anche se dimentichiamo i singoli dettagli della trama, ricordiamo perfettamente, anche a distanza di tempo, gli eventi centrali o le emozioni che quel libro ci ha provocato, soprattutto se riceviamo uno stimolo affine a quelle sensazioni, come una citazione, una storia che tocchi gli stessi temi, una conversazione su quegli argomenti.

  3. Il divagare della mente: spesso, mentre si legge, nel cervello tende ad attivarsi il cosiddetto deafult mode network, ossia il processo cerebrale associato al pensiero autoreferenziale, ai ricordi ed alla pianificazione. Questo accade quando ci si disconnette dal testo che abbiamo davanti agli occhi per pensare ad altro: leggiamo la pagina, nel senso che viene scorsa dagli occhi, ma quanto vi è scritto sopra non è mai entrato nella memoria a lungo termine, perché le parole non sono mai state codificate. In pratica, quanto descritto sopra spiega un’esperienza che chiunque legga conosce molto bene: si arriva in fondo ad una pagina e non si ha la minima idea di cosa ci sia scritto. Non è un problema di memoria o di comprensione, semplicemente le informazioni contenute non sono mai state registrate;

  4. L’importanza del supporto: in base agli studi sullo screen inferiority effect, la lettura sui device tende a produrre una comprensione più superficiale rispetto alla lettura su carta, soprattutto quando si tratta di testi pieni di informazioni o quando si ha un tempo limitato di lettura. Questo avviene perché, leggendo su carta, il cervello crea inconsciamente una geografia del testo, il ricordo su dove si trovavano determinate informazioni, che funge da ancora mentale. Su un display, dove il testo semplicemente scorre, questa ancora si perde.

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Cosa aiuta la memoria e cosa non lo fa

Una volta compreso il funzionamento dei processi mnemonici e delle modalità con cui le informazioni sono acquisite è possibile capire cosa aiuta il recupero della memoria e cosa, al contrario, rappresenta un falso mito:

  1. Parlare del libro a qualcuno è un’ottima strategia: discutere del libro, raccontare la trama, scrivere una recensione o un commento con parole proprie rappresentano tutte forme di elaborazione di quanto appreso e di esercizio della memoria, in quanto maggiori sono le connessioni che si creano tra testo e ciò che si racconta o si spiega, maggiori sono i punti di recupero di quanto abbiamo letto;

  2. Il recupero attivo o retrieval practice: si tratta di una tecnica molto utile ed efficace per cercare di recuperare un’informazione esercitando la mente anziché limitarsi a rileggere; in pratica, consiste nel chiudere un libro al termine della sessione di lettura per porsi delle domande di riepilogo (cosa è successo, quali personaggi sono apparsi, che relazioni hanno, quali sono gli eventi/ostacoli/conflitti che hanno incontrato, ecc.), in questo modo il processo di ricerca nella memoria rafforzerà la conservazione delle informazioni acquisite;

  3. Il tempo che passa è un alleato: per quanto questo principio possa sembrare controintuitivo, ritornare su un libro anche solo mentalmente, ponendosi una domanda sulla trama ad esempio, a distanza di giorni o settimane, rinforza la memoria molto di più rispetto ad una sessione di lettura compulsiva svolta nell’arco di poche ore o uno-due giorni;

  4. L’interesse stimola la memoria: motivazione soggettiva e coinvolgimento emotivo influiscono nettamente su ciò che si tende a ricordare più facilmente; un libro che ci “prende” attiva molte più risorse di codifica rispetto ad un libro letto per “dovere”;

  5. La notte porta consiglio: il sonno riveste un ruolo importantissimo nel processo di consolidamento della memoria, poiché permette al cervello di mettere in moto dei processi volti a stabilizzare i ricordi e le informazioni acquisite nel corso della giornata;

  6. Rileggere funziona molto meno di quanto si pensi: tornare passivamente sulle stesse pagine crea una sensazione di familiarità che viene erroneamente scambiata per padronanza, ma è solo un’illusione. Stessa valenza ha la sottolineatura “compulsiva” di passaggi del libro: può aiutare la memoria fotografica (in alcuni casi), ma non ha alcuna utilità nell’ottica del consolidamento e della codifica di quanto scritto sulle pagine. Recuperare un’informazione dalla memoria senza guardare il testo (la retrieval practice di cui al punto 2) funziona molto di più che rileggere all’infinito.

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La memoria dell’attore

Il problema della memoria – e di conseguenza la fobia di non ricordarsi/dimenticarsi una parte del testo – è una delle questioni che affligge in modo particolare una categoria nelle prime fasi della carriera, quella degli attori. Per mestiere, infatti, gli attori sono in primis dei lettori: devono conoscere ed imparare testi a volte molto lunghi e complessi – chi fa teatro classico deve anche recitare in versi – ed il rischio che qualcosa possa sfuggire o possa perdersi nei meandri della memoria è un terrore che ogni giovane performer conosce molto bene. Ma, come ben sa chi ha studiato recitazione in modo serio, in realtà il problema è solo apparente. Cercare di memorizzare un testo come se fosse una poesia o un capitolo di un libro come avveniva a scuola è la cosa più sbagliata che si possa fare, in quanto si crea, su testi molto complessi, una pressione enorme sul cervello, tanto che – come abbiamo visto – nel processo di codifica è normale che alcune informazioni tendano a scomparire (si pensi alla tipica espressione “questa battuta proprio non vuole entrarmi in testa”). La soluzione al problema c’è e si fonda esattamente sugli stessi principi appena visti in relazione ai processi mnemonici, che portano all’elaborazione della cosiddetta “memoria organica”, vale a dire una padronanza del testo che nasce dalla creazione di connessioni mentali attraverso la ricerca nella memoria e la ripetizione anche in via interpretativa. Vi suona familiare? Si tratta infatti di un’applicazione pratica ed assolutamente efficace della retrieval practice, unitamente alla strategia di parlare di un testo appena letto a qualcuno con parole proprie. Il sistema è molto semplice: due attori si siedono uno di fronte all’altro, guardandosi negli occhi, senza nessun elemento di distrazione attorno. Selezionata una parte del copione da imparare, gli attori leggono, uno di fronte all’altro, cercando di tenere lo sguardo sull’altro, la parte del testo interessata, che sia un monologo o un dialogo. Una volta terminato, si poggia il copione e si cerca di ripetere quanto appena letto. Naturalmente ben poco sarà rimasto nella memoria, quindi si procederà attraverso l’improvvisazione e l’interpretazione, ovviamente avendo ben chiaro quanto detto nel testo, il sottotesto, gli obiettivi (questo lavoro di comprensione ed analisi va fatto ovviamente in via preventiva). Una volta terminato, senza alcuna pausa, si riprenderà il testo in mano per rileggere di nuovo lo stesso intervallo del copione, per poi poggiarlo e tornare a ripeterlo, in un mix di memoria ed improvvisazione. Ogni attore inizierà a rendersi conto che alcune frasi, alcuni pensieri, soprattutto se legati a determinati moti emotivi, inizieranno a radicarsi nella memoria. Una volta finito, si rifà lo stesso procedimento per una terza volta, sempre senza alcuna pausa. Se effettuato correttamente, già con le prime tre ripetizioni, un attore memorizza gran parte del testo selezionato, senza alcuna pressione mnemonica o mal di testa. Niente male, vero?

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Una domanda sbagliata

Alla luce di quanto detto, dunque, la domanda “Perché si dimentica ciò che si legge?” è posta in modo errato, in quanto il cervello ricorda, ma non nella forma che sarebbe presumibile aspettarsi. Quella domanda presuppone che l’obiettivo della lettura sia l’archiviazione, ma poiché il cervello non è un semplice archivio, pretendere che si comporti come tale è garanzia di frustrazione. Semmai sarebbe più corretto chiedersi “cosa vogliamo che resti del libro e come si possono costruire delle connessioni con quanto scritto nel volume?”.

Dimenticare ciò che si è letto non è di per sé un fallimento, al contrario è la prova che il cervello ha fatto il suo lavoro di selezione. Il problema nasce quando non si danno al cervello elementi per selezionare correttamente e, soprattutto, quando il non ricordare causa una frustrazione tale da abbandonare il libro.

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L’importanza del “dialogo”

Non è un caso se tutte le tecniche che risultino più efficaci per ricordare, quali recupero attivo, elaborazione, spaziatura temporale, coinvolgimento, rappresentano tutte forme di conversazione con un testo. Un libro letto in silenzio, mai interrogato, mai messo in discussione, mai oggetto di qualche connessione, è destinato a comprimersi nel suo gist essenziale lasciando che tutto il resto vada perduto; al contrario, un libro con cui si dialoga porta la mente a collegare, recuperare, riformulare, ossia a consolidare la memoria del contenuto. Come abbiamo più volte detto, lo scopo di Fabulè è esattamente questo: poter dialogare con il libro, esporgli domande, riflessioni, chiarimenti. In questo modo non solo si recupera il filo e la memoria della trama nei suoi diversi passaggi, ma eventi, personaggi e dettagli importanti restano scolpiti nella mente, proprio grazie al confronto critico e ragionato con il libro tramite l’assistente IA. Così potremo poi consigliare ai nostri amici quel libro che ci ha fatto tanto emozionare, spiegandone la trama con ricchezza di dettagli. Ma sempre senza spoiler, mi raccomando!

È normale dimenticare la trama di un libro?

Sì, con il passare del tempo è normale ricordare il significato generale di una storia e diversi dettagli, come nomi, personaggi secondari o singoli eventi. Il problema pratico nasce soprattutto quando si riprende un libro dopo una pausa e non si possiede più abbastanza contesto per continuare facilmente la lettura.

Perché il cervello dimentica quello che leggiamo?

La causa consiste in quattro distinti fenomeni che interagiscono tra loro: il crollo drastico del ricordo nelle prime 24 ore (curva dell’oblio), la capacità del cervello di comprimere informazioni (fuzzy-trace theory), che comporta che restino le informazioni gist a scapito di quelle verbatim, il divagare del cervello mentre si legge (default mode network), il calo della qualità della comprensione sui supporti elettronici (screen inferiority effect) rispetto alla carta.

Perché dimentichiamo i dettagli di un libro ma ricordiamo la trama?

Perché la memoria non conserva tutte le informazioni allo stesso modo. I dettagli specifici, come nomi, frasi ed eventi secondari, tendono a decadere più rapidamente, mentre il significato generale e il “succo” della narrazione possono rimanere più a lungo. È il principio descritto dalla fuzzy-trace theory attraverso la distinzione tra informazioni verbatim e gist.

che differenza c’è tra informazioni verbatim e gist?

Le informazioni verbatim consistono in dettagli specifici, nomi, frasi pronunciate, che tendono ad essere dimenticate più in fretta, mentre le informazioni gist sono quelle compresse, che racchiudono concetti e significati all’interno del testo (il c.d. succo del discorso).

Quali sono le tecniche migliori per ricordare?

Parlare del libro a qualcuno, cercare di ricordare o di riassumere nella mente quello che si è appena letto (retrieval practice), tornare a farsi domande sul libro a distanza di tempo, avere un interesse attivo ed un coinvolgimento con il libro che si legge, dormire bene per stabilizzare quanto appreso.

Cosa rappresenta un falso mito per ricordare?

Rileggere di continuo o sottolineare passivamente. Danno solo un’illusione di padronanza del testo, ma non influiscono sul processo di consolidamento delle informazioni.

Come affrontano gli attori il problema della memoria?

Attraverso meccanismi di memorizzazione come la c.d. memoria organica: il consolidamento delle informazioni avviene in modo naturale attraverso ripetizione continua di lettura attiva ed improvvisazione del contenuto con un partner di scena, creando un dialogo continuo sulle parti del testo da imparare.

Perché chiedersi il perché si dimentica ciò che si legge è sbagliato?

Perché è una domanda mal posta, in quanto il cervello ricorda, ma non nel modo che ci si aspetta: il cervello non è un semplice archivio, ma opera un lavoro di selezione delle informazioni, ed anzi, in questo senso, se si dimentica qualcosa di quanto letto vuol dire che sta operando efficacemente il lavoro di selezione. Al contrario, il cervello va indirizzato nell’operare una selezione corretta per ricordare gli elementi importanti, per evitare che il non ricordo provochi una frustrazione tale da abbandonare la lettura.

Come si può ricordare meglio ciò che si legge?

Attraverso un dialogo attivo con il libro: recuperare le informazioni dalla memoria, porsi domande sulla trama, riformulare ciò che si è letto e creare connessioni tra personaggi, eventi e concetti aiuta a consolidare le informazioni. Fabulè applica esattamente questo principio permettendo al lettore di porre domande al libro e recuperare il contesto necessario per proseguire la lettura.

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